Giulio Einaudi editore

Daria Bignardi

Partendo dalle passioni letterarie che l’hanno formata, con la sua scrittura intelligente e profonda, lieve, Daria Bignardi si confessa in modo intimo – dalle bugie adolescenziali agli amori fatali, fino alle ricorrenti malinconie – narrando l’avventura temeraria e infaticabile di conoscere sé stessi attraverso le proprie zone d’ombra.

Memoir di formazione, breviario di bellezza, spudorato atto di fede verso il potere delle parole, questo libro è un percorso sorprendente e imprevedibile fatto di domande, illuminazioni, segreti, che pungola e lenisce, fa sorridere e commuove.

Già in altre sue opere Daria Bignardi aveva condiviso dettagli e momenti della sua vita privata ma, come lei stessa ha ammesso nell’appassionata conversazione con Siri Hustvedt su 7 – Corriere della Sera, «mai sono stata così sincera come in questo libro in cui parlo di me per parlare di libri. Gli scrittori  devono essere spudorati. Devono  scordarsi di avere marito, figli, fidanzati. La loro famiglia deve sapere che quello che l'autore scrive diventa qualcosa che, una volta pubblicato, non gli appartiene più. Appartiene soltanto al lettore. E non c'è più nulla di personale».

Libri che mi hanno rovinato la vita sta ricevendo una calorosa accoglienza da parte dei lettori e della critica. Di seguito alcuni estratti:

«Libri che mi hanno rovinato la vita è un viaggio nell'ombra della luce. Sono sicuro che porterà molte lettrici e molti lettori a identificarsi con chi lo ha scritto, e speriamo a capire, come lei, che l'errore non è soffrire, ma identificarsi nel dolore e indossarlo come un'identità paradossalmente rassicurante […] Questo libro è una traversata popolata di titoli e di incontri con i vivi e con i morti, un viaggio che racconta quanto furiosamente grande sia la vita […] Noi lettori ci scaldiamo con felice contagio al fuoco di questa febbre».
Vittorio Lingiardi, «la Repubblica»

«[…] Qui le api da seguire sono i libri, e ognuno porta all'altro tirando fuori idee, persone, luoghi lontani tra di loro nel tempo e nello spazio, eppure stranamente affini. Viaggiando tra le letture dell'autrice – ragazzina nella sua stanza della casa di famiglia, poi universitaria tentata dal dark, provinciale e globale, londinese, milanese, figlia, madre, giornalista, scrittrice – i suoi incontri diventano i nostri: citazioni che graffiano, autori tremendamente vivi anche se (alcuni) dimenticati da tempo».
Giulia Ziino, «Corriere della Sera»

«Invidio tantissimo il titolo e l’idea del libro di Daria, che sto leggendo e mi sta piacendo moltissimo… Avrei voluto scriverlo io».
Roberto Saviano a «Le parole della settimana», Rai3

«Un libro che non ha paura di niente […] Non posso dire quante cose ci sono dentro queste pagine. Ma posso dire cosa mi è sembrato di fare mentre lo leggevo: prendere un libro di quelli che avevo da bambina, quelli che li aprivo e il cartone saltava su, e si animava la pagina, e si animavano i personaggi, e ti animavi tu. Una specie di magia».
Antonella Lattanzi, link

«L'impresa di essere veri e di vuotare il sacco, parlando di libri. Bello Bello».
Marco Missiroli

«Sempre commovente, con quel suo modo trattenuto di parlare delle cose dell’infanzia, pescate nella memoria, riesumate da certe campagne bolognesi che ormai sono un panorama suo, e chissà se noi lettori di Bignardi le vediamo solo perché ce le racconta lei. Qui sul prato però nascono libri, libri che correggono la vita, le ansie materne che costringono (altro tema della poetica di Bignardi), che sanciscono una carriera, passano di madre in figlia e hanno la colpevole responsabilità di far sognare l’amore».
Valeria Parrella, «Grazia»

«”Dio creò l'uomo perché gli piacciono le storie”. Mi è venuta in mente questa frase di Elie Wiesel leggendo il libro di Daria Bignardi, anche se, debbo vergognosamente confessare, a parte Celestino e Zarathustra, molti degli innumerabili altri libri di cui parla la Bignardi io non li ho letti. Però sapere di tutti questi libri che devo ancora leggere mi ha rallegrato la giornata. La ragione del mio interesse, non essendo un critico letterario, ha a che fare, ça va sans dire, con il cervello».
Giorgio Vallortigara, «Domenica – Il Sole 24 Ore»

«Il fatto è che parlare di Libri che mi hanno rovinato la vita non può non significare anche confidare un po’ di sé. Bignardi infatti chiama in causa i suoi lettori, è come se dicesse continuamente loro: su, parlami un po’ di te, di quello che hai letto da adolescente, nella tua formazione. E più che mai se, come è capitato a me, trovo nel suo libro tante affinità – vuoi generazionali vuoi di amori giovanili (per certi libri, s’intende). Sono un po’ più vecchia di Daria Bignardi, però in queste sue pagine ho sentito qualcosa di condiviso nel profondo ma che pure affiora ogni volta che continuiamo ad aprire un libro, a metterci a leggere qualcosa di nuovo. Perché ogni volta che succede porti inevitabilmente con te negli occhi e dentro tutte le pagine già lette».
Elena Loewenthal, «Limini», link

«E' un'autobiografia-libreria, un memoir-biblioteca che inevitabilmente cuce la vita dell'autrice a quella di chi legge. E' la metà di un libro perché l'altra l'abbiamo tutti scritta in segreto dentro le nostre teste, esistendo e leggendo (e per questo pretende una recensione divagante e zigzagante)».
Giacomo Papi, «Il Foglio»

«È un libro vitale e romantico, non lieve, crudo, spietato, genuino, ricco e soprattutto sincero, che attraverso il racconto di una vita resa cognitivamente più intensa grazie (anche) al dolore spinge il lettore sulla pericolosa china di una domanda che è il mio sacro Graal quando a mia volta scrivo: perché cazzo continuiamo a essere così curiosi e attratti dal mondo? Perché insistiamo tanto per sentirci parte di qualcosa che in fin dei conti è un abisso? Ecco cos’è il libro di quest’autrice per me».
Stefano Sgambati, link

«L’autobiografia libresca di Daria Bignardi merita molti complimenti […] Mi piace il tuo modo di raccontare i libri intrecciandoli con la vita dell’autore, e condividere il ricordo di quelli che ho letto anch’io in un disordine di libertà, Arbasino e Pearl Buck, Dorothy Parker e Marcel Proust, Bianciardi, Mailer, Maugham. Immagino il sorriso stizzoso dei sapienti barbuti».
Natalia Aspesi, «il venerdì – la Repubblica»

«Un’autobiografia di lettrice commovente e luminosa».
Vasco Brondi, link

«Un memoir spudorato, ironico e colto, che intreccia letture e privato, racconto personale e fiction».
Roberta Scorranese, «7 – Corriere della Sera»

«Nei segmenti di questa autobiografia di lettrice, anticonvenzionale e sincera, il fumo delle sigarette, un’alzata di spalle di Fortini, gli occhi di Grazia Cherchi, i versi di Drummond de Andrade, le giornate ansiose, le giornate malinconiche e quelle inspiegabilmente allegre, i processi di raffreddamento del dolore, il futuro che sparisce, un tramonto di giugno che cala su via Barbavara a Milano, tutto, tutto ha il potere di una rivelazione […] Potreste sentire, leggendo queste pagine, un pizzicore agli occhi, ma è una commozione allegra».
Paolo Di Paolo, «L’Espresso»

«Un libro che pungola e lenisce, che fa sorridere e commuove, proprio come fa la vita quando la meta, senza sconti, è conoscere se stessi».
Giulia Calligaro, «Io Donna»

«Daria Bignardi solleva nuovamente il velo sulla sua vita e si mette a nudo in un memoir intimo e sincero, che si struttura in 12 capitoli. Uno per ogni mese dell’anno. Il tratto autobiografico, mai assente nella precedente produzione d’esclusivo genere romanzesco, emerge preponderante in questa somma o breviario di bellezza».
Francesco Lepore, «Linkiesta», link

«Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici mi ha rapito. Ci sono tanti punti di contatto personali: sarà che l'ho divorato nei giorni in cui un caro amico, un cantante lirico, ci lasciava, sarà che le tue pagine sono rivolte a noi bulimici della lettura e, ancora, sarà che c'è un richiamo generazionale forte. Su tutto, questo vale per gli "amici" de L'Unione che ora ci leggono, che è proprio una bella narrazione in cui ti metti con garbo e generosità a nudo».
Francesco Abate, «L’Unione Sarda»

«La puntata di oggi sarà un grande omaggio ai libri. Attraversare la vita dei suoi dolori con l’aiuto dei libri, mi pare uno dei segni del libro di cui parliamo oggi […] Daria Bignardi attraverso i libri che l’hanno formata, ci racconta cosa significa vivere la vita con i libri».
Giorgio Zanchini a Quante storie, Rai3

«I libri sono incontri, sono come le persone, possono farci del bene o del male, ma ci aiutano a conoscerci e a conoscere il mondo», Daria Bignardi a Quante storie
Veronica Raimo

La lingua batte dove il dente duole, e il dente che duole alla fin fine è sempre lo stesso. L'unica rivoluzione possibile è smettere di piangerci su. In questo romanzo esilarante e feroce, Veronica Raimo apre una strada nuova. Racconta del sesso, dei legami, delle perdite, del diventare grandi, e nella sua voce buffa, caustica, disincantata esplode il ritratto finalmente sincero e libero di una giovane donna di oggi. Niente di vero è la scommessa riuscita, rarissima, di curare le ferite ridendo.

All’origine ci sono una madre onnipresente, «a cui sono attribuite esternazioni d'ansia talmente brillanti da far sembrare fiacchi i genitori di Bridget Jones» (Nicola H. Cosentino, «la Lettura - Corriere della Sera»); un padre pieno di ossessioni igieniche ­– dopo Černobyl′ «l’unico cibo consentito erano prodotti in scatola confezionati prima del 26 aprile 1986» – e architettoniche; e un fratello genio precoce, centro di tutte le attenzioni.

Circondata da questa congrega di famigliari difettosi, Veronica scopre l’impostura per inventare se stessa. Se la memoria è una sabotatrice sopraffina e la scrittura, come il ricordo, rischia di falsare allegramente la tua identità, allora il comico è una precisa scelta letteraria, il grimaldello per aprire all’indicibile.

Niente di vero ha entusiasmato sin da subito critica e mondo letterario. Di seguito alcuni estratti dell’eccezionale accoglienza:

«Questo romanzo non fa soltanto ridere. Riscalda, poi respinge, poi di nuovo attira a sé e dice: lo vedi, sono una scrittrice perché non c'è niente che io mi perdoni. Veronica Raimo scrive in prima persona cose comiche in modo molto serio, che è poi l'unico modo che mi fa ridere, dentro un romanzo di formazione al contrario, e pagina dopo pagina arriva e cresce il racconto di un modo buffo e amaro di stare al mondo, di diventare una donna, e anche di non sapere bene dove andare, cosa rispondere, cosa scegliere».
Annalena Benini, «Il Foglio»

«Veronica Raimo torna in libreria e lo fa a calci. Libro esplosivo che è una bellezza leggere e rileggere».
Giulia Caminito

«Niente di vero è un nipote discolo di Lessico famigliare, una lunga scrollata di spalle letteraria in cui ogni personaggio somiglia soprattutto alle parole che pronuncia. Raimo ha intercettato il potenziale romanzesco dei propri affetti e, senza cedere alla tentazione di stigmatizzarlo, l'ha trasformato in commedia, perfezionando un lato di sé che ben si abbina alla sua prosa: l'umorismo generoso e benevolo. Il risultato merita ognuno degli strilli che sfoggia in copertina, ma soprattutto quello invisibile, predestinato: “Un bel libro che c'è Francesca al telefono”».
Nicola H. Cosentino, «la Lettura – Corriere della Sera»

«Questo è un libro sulla vergogna come può esserlo un libro senza vergogna. Incauto. Impudico. Il trucco dell'autrice è quello di apparire senza moine e senza artifici. Di quel che si racconta, non è importante la verosimiglianza ma il talento nell'autosuggestionarsi. Finire con il credere che non si stia mentendo: è questa la premessa necessaria per convincete gli altri. È questo uno dei primi talenti dell'autrice che ci racconta la stitichezza, l'insonnia, l'auto erotismo. Eppure è così difficile scrivere di sé e delle proprie imprese. Valutare con misura ciò che si è fatto nel corso di una vita».
Gabriele Di Fronzo, «Domani»

«Leggere questo romanzo è una festa. Ma molte pagine sono ferite da medusa: bruciano alla distanza».
Claudia Durastanti

«Una lettura terapeutica: che bello essere donna in questo modo, inconcludente, gratuito, allegramente problematico, e per questo fiero (le pagine sulla stitichezza dovrebbero entrare in tutti i manuali di scrittura creativa del mondo)».
Clara Mazzoleni, «Rivista Studio», link

«Questo libro è un antidoto all'infelicità».
Rosella Postorino

«È un libro doloroso, esilarante, ribelle, impertinente, buffo: bello. Just like a bambinaccia».
Marco Rossari, link

«Non incontrerete facilmente qualcuno con cui spassarvela tanto: nessuno parla con tanta franchezza e agilità, nessuno sa fare teatro con così poco e senza neanche un palco, o una scenografia, o un attore molto bravo con le voci […] Niente di vero tranne quanto si ride, anche quando non si ride, d'una scrittrice così divertente e consapevole, che finalmente non ha da dirci nient'altro che questo: siediti, ti faccio vedere che cosa sono riuscita a fare di mia madre e mio padre e mio fratello e del mio ginecologo e di tutti quanti».
Simonetta Sciandivasci, «tuttolibri – La Stampa»

«All’inizio c’è la famiglia. Veronica Raimo racconta che, specialmente se si è figlie, quell’inizio combacia con la fine».
Domenico Starnone

Mariangela Gualtieri

La poesia e il teatro sono le due case di Mariangela Gualtieri. O forse sono la stessa casa. Nel 1983, insieme al regista e compagno Cesare Ronconi, fonda il Teatro Valdoca, col quale mette in scena una serie di spettacoli memorabili come la trilogia Paesaggio con fratello rotto, Caino e il recente Enigma. Requiem per Pinocchio. Nel 1985, insieme a Milo De Angelis, dà vita a una scuola di poesia che coinvolge autori come Fortini, Luzi, Amelia Rosselli e tanti altri. Nel 1992 pubblica il suo primo libro di poesia, Antenata, presso l’ediore Crocetti.

Il Valdoca (che così si chiama dalla via di Cesena dove ha la sua sede) è un teatro di corpi e di voci che si attraversano facendo riaffiorare le pulsioni e le paure ancestrali ma anche la tensione insopprimibile verso il sovrumano, verso una bellezza infantile o animalesca.

La poesia di Mariangela Gualtieri nasce da quell’esperienza e mantiene la corporeità della parola teatrale. È una poesia da pronunciare, da far risuonare in quei «riti sonori» a cui la poetessa si dedica da tanti anni e a cui hanno assistito decine di migliaia di spettatori.

Da Einaudi ha esordito nel 2003 con Fuoco centrale e altre poesie, che riprende una scelta di versi scritti fin lì per il teatro: un coacervo di voci ventriloque che affondano nel mito, nella terra, nell’estasi mistica. Con il libro seguente, Senza polvere senza peso (2006), ha inizio un percorso poetico che, senza rinnegare il precedente, dipana un avvolgente filo rosso di gioia su tutte le cose esistenti ed esistite, conoscibili e non. Ulteriore punto di approdo di questa direzione è il successivo Bestia di gioia (2010), dove appunto una sorta di ispirazione francescana e un’adesione pre-concettuale al mondo sono sintetizzate fin dal titolo. Questo, con le sue circa 20.000 copie vendute, è a tutt’oggi il libro di maggior successo della poetessa e un caso alquanto raro nell’editoria di poesia.

Nel libro successivo, Le giovani parole (2015), il respiro si fa sempre più largo fino a raccogliere il ritmo delle stagioni, la musica della natura. L’attenzione per tutte le cose, il raccoglimento, l’ascolto del silenzio fanno di queste poesie un’esperienza spirituale profonda. Tra l’altro è in questo libro Bello mondo, la poesia recitata a Sanremo da Jovanotti.

Quando non morivo (2019) è il suo più recente libro di poesia. Molte le poesie di questa raccolta dedicate agli animali e ai cuccioli umani, al sentimento panico della natura. Poesie come preghiere che evocano il legame inscindibile «fra stella e ramo e piuma e pelo e mano».

Il suo prossimo libro di poesia è in preparazione e sarà pubblicato nel 2023. Nel frattempo, però, è in uscita nel mese di maggio uno Struzzo intitolato L’incanto fonico, una serie di riflessioni in forma aforistica sull’oralità della poesia, sulla natura mitica e rituale dell’intreccio di suoni e parole.

  • Mariangela Gualtieri

    Fuoco centrale

    Io parlo all'amore. Lo scortico dall'incrosto / nel sogno e ne faccio musica storta / ne faccio delicato vento che solleva o / dondola / e impollina al cuore. Alla scomposta / mente, impollina l'occhio con l'occhio / l'occhio con l'animale e viene il bello...
    pp. 131
    € 14,00
  • Mariangela Gualtieri

    Senza polvere senza peso

    Adesso fa notte - fa preghiera.
    Apre le serrature del silenzio
    fa apparire la mappa siderale
    e ci inginocchia per quello spazio
    immenso
    fra qui e l'orlo
    del cominciamento
    quando le spine dorsali
    stanno tutte stese.
    pp. 124
    € 12,00
  • Mariangela Gualtieri

    Bestia di gioia

    Ciò che non muta
    io canto
    la nuvola la cima il gambo
    l'offerta il dono la rovina
    apparente d'acqua che tracima
    di tempesta e di onde.

    Io canto il semplice del grano
    e del pane la stessa festa che si tiene
    fra le rose a maggio, la corsa
    della rondine e il coraggio
    dell'animale nella...
    pp. 144
    € 13,00
  • Mariangela Gualtieri

    Le giovani parole

    Ormai è sazio
    di ferite e di cielo. Si chiama
    uomo. Si chiama donna. È qui
    nel celeste del pianeta -
    dice mamma. Dice cane
    o aurora.
    La parola amore l'ha inventata
    intrappolato nel gelo.
    Perso. Lontano. Solo. L'ha scritta
    con ditate di rosso
    in un silenzio caduto giú
    dalla neve.
    pp. 160
    € 13,50
  • Mariangela Gualtieri

    Quando non morivo

    Subito si cuce questo niente da dire
    ad una voce che batte. Vuole
    palpitare ancora, forte, forte forte
    dire sono - sono qui - e sentire che c'è
    fra stella e ramo e piuma e pelo e mano
    un unico danzare approfondito,
    e...
    pp. 128
    € 12,00
  • Mariangela Gualtieri

    Caino

    La parte di Genesi che riguarda Caino è cangiante, misteriosa, pienadi silenzi, sottile nel suggerire i possibili doppi: agricoltura e pastorizia,erranza e stanzialità, azione contemplazione, razionalitàanimalità, e insomma piena di attrazioni tematiche.
    pp. 112
    € 11,00
Dal romanzo di Marco Missiroli

Dal 14 febbraio su Netflix sarà disponibile la serie Fedeltà, tratta dall'omonimo romanzo di Marco Missiroli, finalista al Premio Strega 2019 e vincitore del Premio Strega Giovani. Nel cast Michele Riondino, Lucrezia Guidone, Carolina Sala; la regia è stata affidata ad Andrea Molaioli (La ragazza del lago, Suburra – La serie) e a Stefano Cipani (Mio fratello rincorre i dinosauri).

Divisa in sei puntate, quella di Carlo e Margherita è una storia intima di desideri, di ossessioni, di sensi di colpa... Uno degli sceneggiatori, Alessandro Fabbri, ha spiegato a la Lettura «in quale modo il connubio tra sensualità e crisi personale, così peculiare nel libro, è stato portato sullo schermo: “È stata una sfida, perché in Fedeltà i personaggi sono tutto: la storia sono loro. Il primo passo è stato capire cosa volevano e quali erano i loro ostacoli interiori: è stato come immergersi in mare e andare a vedere la parte sommersa dell'iceberg, la personalità di ognuno. Poi, abbiamo espresso la loro personalità nelle relazioni con gli altri: succede così anche nella realtà, no? Le parti più intime e segrete di noi si trasmettono sempre agli altri. Ma in modo mascherato, come segnali criptati, frasi che significano l'opposto di quello che dicono, gesti, silenzi. Così siamo arrivati al linguaggio della serie”»

«È la tipica insoddisfazione delle persone "medie". Il punto di forza del romanzo e della serie sta proprio in questo. Carlo e Margherita non sono né particolarmente magnetici o affascinanti, ci si riconosce facilmente in loro. Avrebbero molte ragioni per essere felici ma non riescono a esserlo. Lui, in particolare, è un uomo che si lascia vivere, non è un eroe né un antieroe. Tutti vorremmo essere "super" qualcosa, abbiamo grandi sogni di gloria, poi alla fine siamo una gran via di mezzo».
Michele Riondino, «il venerdì – la Repubblica»

«Ci sono romanzi che sembrano provenire dal futuro. Romanzi che sembrano ritornare a noi, qui e oggi, da un tempo nel quale finalmente molti problemi sono stati risolti, cioè ricondotti alla propria perduta, primordiale naturalezza. Di questi romanzi si usa dire che "fanno epoca". Fedeltà di Marco Missiroli è uno di essi».
Sandro Veronesi

«Fedeltà mi ha entusiasmato (l’ho letto tutto d’un fiato), mi ha fatto riflettere e mi ha molto commosso. Riesce a essere profondo come un classico e irresistibile come un pettegolezzo. È l’opera brillante di un autore brillante».
Jonathan Safran Foer

Il trailer di Fedeltà

Vincenzo Trione, «Artivismo»

«Un titolo deve confondere le idee, non irregimentarle», ha scritto Umberto Eco in risposta a coloro che gli chiedevano chiarimenti sul misterioso Il nome della rosa.

Quelle parole mi sono tornate alla memoria a proposito di Artivismo. Lo dico subito: non senza un certo azzardo, ho compiuto un deciso slittamento semantico e concettuale. A differenza di quel che lascerebbe intendere il titolo, non mi sono limitato a commentare alcune esperienze «corporali» e sociali maturate dagli inizi del Duemila (come quelle di Tania Bruguera e di Regina José Galindo). Invece, ho utilizzato il termine «artivismo» per descrivere la vocazione politica sottesa ad ampie regioni dell’arte del XXI secolo, muovendomi su diversi piani. Ho cercato di coniugare un discorso fenomenologico con uno più strettamente critico. Da un lato, ho composto una cartografia fatta di continenti all’interno dei quali ho collocato varie famiglie d’artisti, per aiutare a orientarsi nei disomogenei paesaggi dell’arte contemporanea. Dall’altro lato, ho interrogato questo indirizzo estremamente plurale, senza nascondere le mie perplessità e le mie preferenze.

È nato così un percorso abitato da figure che, servendosi di linguaggi e di media differenti, si misurano con alcune emergenze del nostro tempo: il dramma dei migranti, l’apocalisse ecologica, l’emarginazione delle periferie urbane. Intrecciando arte e impegno, queste personalità pensano l’arte come un momento altamente politico, per entrare nella polis. Sulla soglia tra testimonianza e intervento.

In alcuni casi, si limitano a registrare ferite e lacerazioni, sottraendo alla cronaca alcune visioni. In altri casi, entrano nel corpo del reale, immaginando ipotesi di riscatto urbanistico e antropologico: si prendono cura di parti del mondo, fino a dissolvervi le proprie opere. In altri casi ancora, per sottrarsi ai rischi dell’anestetizzazione e a quelli dell’estetizzazione del dolore, vogliono marcare una netta distanza dal giornalismo e dal documentarismo, inclini a coniugare verità e arbitrio, realismo e simbolismo, adesione ed evocazione. L’arte come controvita (per dirla con Philip Roth). Se dovessi confessare quali sono gli artisti politici che prediligo, non esiterei a citare, tra gli altri, Kiefer, Kentridge, Boltanski, Kadishman, Farocki, Muniz, Wall, Neshat, Madani e Walker: ovvero, gli artisti «impolitici».

Queste pluralità di voci rivelano come l’«artivismo» vada interpretato come istanza, come punto di convergenza tra maniere e stili, come confluenza tra ricerche e fermenti. Una pluralità che è raccontata dai brevi video inediti ispirati al tema del libro, realizzati da significativi «artivisti» (sui social Einaudi). Ogni clip propone una declinazione diversa dello stesso tema. Ecco, allora, il contributo del don’t stop curator Hans-Ulrich Obrist, che elogia i progetti espositivi capaci di eccedere la cornice espositiva, per diventare altro da sé, stati di eccezione. Ed ecco il precursore, Michelangelo Pistoletto, animato dal bisogno di passare dall’atto della protesta a quello della proposta. Ed ecco Alice Pasquini, che concepisce l’evento del dipingere sui muri come un modo per attraversare quegli stessi muri. Ed ecco, ancora, Ai Weiwei, che arriva a disegnare l’orizzonte di un territorio all’interno del quale arte e azione confluiscano e si confondano: estetica e morale devono coincidere. Infine, ecco un artista apparentemente lontano da una sensibilità civile, come Mimmo Paladino. Mentre viene inquadrato un atelier stratificato di attrezzi, di tele, di materie, sentiamo la sua voce fuori campo: «Ogni gesto è opera politica, poi qualcosa sfugge e va oltre il cancello dello studio, diventando un simbolo». In questa riflessione è la mia idea di «artivismo».

Vincenzo Trione

Artivismo: Hans Ulrich Obrist «Al di là della mostra»

Artivismo: Hans Ulrich Obrist «Al di là della mostra»

Artivismo: Michelangelo Pistoletto «Dalla protesta alla proposta politica»

Artivismo: Alice Pasquini «Dipingere su un muro vuol dire anche attraversarlo»

Artivismo: Ai Weiwei «Ogni azione è arte»

Artivismo: Mimmo Paladino «Ogni gesto artistico è opera politica»

Roberto Esposito

Che negli anni della pandemia l’immunizzazione sia diventata il baricentro dell’intera esperienza contemporanea è ormai sotto gli occhi di tutti. Dalla medicalizzazione della politica al disciplinamento degli individui, dal confinamento sociale al controllo della popolazione, le società contemporanee sembrano preda di una vera sindrome immunitaria.

Roberto Espostito, che già aveva preconizzato questi processi vent’anni fa nel suo lungimirante saggio Immunitas, in questo libro ricostruisce gli snodi decisivi del rapporto complesso tra comunità e immunità. Uno degli obiettivi del suo lavoro «è soprattutto quello di ricondurre le principali questioni che si sono poste da quando è scoppiata la pandemia (esiste davvero un conflitto tra diritto alla vita e diritto alla libertà? Che relazione c'è tra stato di eccezione e stato di emergenza? Come pensare il rapporto tra scienza, tecnica e politica?) all'interno di quel paradigma immunitario che ne costituisce l'orizzonte di senso» (Michela Marzano, «la Repubblica»).

È naturale che la politica chieda aiuto alla medicina, «ma deve conservare le proprie prerogative decisionali. Altrimenti il risultato può essere quello di considerare i cittadini come dei potenziali malati e si corre il rischio di indebolire la capacità della politica di incidere sulla nostra vita, con gli effetti di sfiducia nella forza e nell'autorevolezza di chi ci governa» (Roberto Esposito intervistato da Ugo Cundari, «Il Mattino»).

Sempre per il Esposito, nell’intervista rilasciata all’Huffington Post (link), «o si va a una svolta radicale o il nostro modello di civiltà è condannato. Ciò riguarda la relazione, sempre più stretta, tra storia e natura, uomo e ambiente, scienza e tecnica. Ma anche i rapporti di forza economici e politici. Non è pensabile che il mondo possa resistere a una crescita delle disuguaglianze come quella cui stiamo da tempo assistendo e che la pandemia ha accresciuto. Mai come oggi è diventato chiaro che non è possibile che una parte di umanità si salvi a scapito dell’altra. O il mondo si salva nel suo insieme o rischia di perire tutto».

«L'interrogativo che muove l'analisi (e la sintesi) del filosofo è se l'interpretazione del rapporto tra biopolitica e istituzioni, per come lo abbiamo definito e analizzato finora, sia adeguata. Esposito osserva che, per la prima volta nella storia dell'uomo, ci si propone una vaccinazione per l'intero genere umano e questo proposito - teorico, sappiamo che in vaste zone del mondo non c'è disponibilità di produrre o comprare i vaccini  - cambia il rapporto tra immunità e comunità che, evidenzia il filosofo, non esistono l'una senza l'altra pur opponendosi sia da un punto di vista logico che etimologico» (Chiara Valerio, «L’Espresso»).

Pablo Trincia

Sono passati 10 anni dalla tragedia della Concordia, la più grande nave passeggeri ad aver mai fatto naufragio. Una vicenda gigantesca che racchiude centinaia di storie: storie di coraggio e di viltà, di vite spezzate e di imprevedibili nuovi inizi. Un evento incredibile che ha sconvolto il mondo intero.

La Concordia era la punta di diamante di Costa Crociere e la sera del 13 gennaio 2012, a bordo, c’erano più di quattromila persone di 64 nazionalità diverse. Coppie in viaggio di nozze, famiglie riunite per una ricorrenza, persino un gruppo di parrucchieri che doveva partecipare a un reality.  E oltre mille membri dell’equipaggio, molti dei quali provenienti da Paesi poveri e lontani.

Quello di Trincia è un racconto corale, in cui le differenze «hanno rappresentato un valore. Quella sera dentro la nave è andato in scena un piccolo mondo con il campionario completo dei comportamenti del genere umano. Coraggio, istinto di sopravvivenza, altruismo, rabbia, codardia, perseveranza, dolore, smarrimento. Il fantasma di quella nave ci racconta chi siamo» (Pablo Trincia intervistato da Gianluca Monastra, «il venerdì – la Repubblica»).

Da grande narratore, Pablo Trincia racconta lo splendore del divertimento a bordo e il trauma dell’impatto, lo smarrimento e la lotta per la sopravvivenza. Il tutto ricostruito attraverso testimonianze uniche. E il terrore che si percepisce leggendo queste intense pagine «ti lascia dentro una traccia. Perché potenziato, se possibile, da qualcos'altro: l'immedesimazione. Tutti siamo saliti su un traghetto, in vacanza. L'idea che stai chiacchierando al bar con la tua famiglia e all'improvviso perdi tutte le persone che ami, rappresenta qualcosa che resta addosso. Sentimenti, sensazioni che coinvolgono. Alla fine su quella nave è come se ci fossi stato anch’io» (Pablo Trincia intervistato da Gianluca Monastra, «il venerdì – la Repubblica»).

Tutto quello che è accaduto quel fatidico 13 gennaio, non può non riportare alle memoria l’affondamento del Titanic: «Ci sono diverse similitudini, molto evocative. Sia nel caso della Concordia che in quello del Titanic non si era rotta la bottiglia durante l’inaugurazione. Lo stesso Schettino era andato in visita al memoriale del Titanic due anni prima. E poi sul Titanic gli uomini che si occupavano di far andare avanti la macchina erano rimasti fino all’ultimo, così è stato per la Concordia. Ritorna, purtroppo, anche la superficialità nella gestione dell’emergenza, il tema sicurezza, le reazioni delle persone a bordo. Sul Titanic c’erano poche scialuppe, sulla Concordia ce ne erano ma non sono bastate» (Pablo Trincia intervistato da Stefania Saltalamacchia, «Vanity Fair», link).

Trincia ha raccontato il dramma della Concordia anche attraverso il podcast Il Dito di Dio, disponibile su Spotify e prodotto da Chora.

Venerdì 14, alle ore 21.20, prende il via su Rai3 Il complotto contro l’America, la miniserie tratta dall’omonimo romanzo di Philip Roth.

Nel cast: Zoe Kazan, Anthony Boyle, John Turturro e Winona Ryder.

America, 1940: Lindbergh, eroe della trasvolata sull’Atlantico, fervido antisemita e filonazista, diventa presidente. Da questo momento gli Stati Uniti smettono di appoggiare inglesi e francesi, e dietro un’apparente neutralità stringono patti con la Germania di Hitler. Una famiglia ebraica di Newark, la famiglia Roth, scopre di non essere abbastanza americana per i gusti del nuovo presidente, e inizia a temere che anche il proprio Paese si trasformi in un regno del terrore. Tra controstoria e autobiografia, il ritratto dell’America in forma di incubo.

Gli altri due appuntamenti sono giovedì 20 e venerdì 28 gennaio, sempre alle 21.20 su Rai3.

Il trailer:

«Crossroads» di Franzen è il vincitore della Classifica di Qualità 2021 della Lettura

Crossroads di Franzen, uscito il 5 ottobre nei Supercoralli, si aggiudica il primo posto nella Classifica di Qualità 2021 de «La Lettura – Corriere della Sera» con 364 punti.
Queste le parole di Marco Missiroli sulla vittoria dello scrittore americano:

«Al centro c'è la famiglia Hildebrandt dai giorni dell'Avvento del 1971 in avanti: le turbolenze del padre Russ, pastore di una chiesa locale, e di sua moglie Marion, in bilico tra sospetti coniugali e illusioni, e dei figli Clem e Becky già prontissimi a sognare una vita diversa. “Crossroads” è il nome del gruppo musicale che diventa il perno delle rappresaglie intime di ciascuno di loro. La storia possiede l'implacabilità de Le correzioni e il suo godimento, aggiungendo un'anima nuova, definito da una lettrice di cui mi fido molto: il Natale della letteratura. La festa delle feste. È vero: aprire quest'opera di Franzen significa accantonare Netflix e Amazon Prime Video per qualche sera, spassandocela con il ragazzaccio del Midwest che sputtana le debolezze di chiunque».

Classifica di Qualità

Nei primi 10 classificati ci sono anche Klara e il Sole di Kazuo Ishiguro e Jack di Marilynne Robinson.

«Quanto alla case editrici, Einaudi bissa il successo del 2018 e si conferma, come in passato, l'editore più votato, con 66 titoli nel 2021» (Severino Colombo, «la Lettura – Corriere della Sera»).

Cristina Cassar Scalia

Con Il talento del cappellano torna nelle librerie il vicequestore Vanina Guarrasi, l'amato personaggio di Cristina Cassar Scalia, astro nascente del crime italiano.

In una notte di neve, il custode di un vecchio albergo in ristrutturazione alle pendici dell’Etna scopre il cadavere di una donna. Quando però i poliziotti della Mobile di Catania arrivano sul posto, del corpo non vi è più traccia. Poche ore dopo viene ritrovato nel cimitero di Santo Stefano, proprio il paese dove abita la Guarrasi, al fianco di un uomo disteso, un monsignore conosciuto e stimato; entrambi sono stati uccisi. Particolari inquietanti circondano la scena: qualcuno ha disposto intorno ai due corpi fiori, lumini e addobbi.

Il mistero si dimostra parecchio complesso, oltre che delicato, perché i conti, in questa storia, non vogliono mai tornare, un po’ come nella vita di Vanina. Con il Capodanno alle porte, pasticcio peggiore non poteva capitare e l’aiuto del commissario in pensione Biagio Patanè può risultare al solito determinante.

«Con una scrittura avvolgente e ironica, impastata con la lingua siciliana che abbiamo imparato a conoscere e amare nei romanzi gialli di Andrea Camilleri, Cristina Cassar Scalia, giallista italiana tra le più amate, ci conduce nelle atmosfere opulente di una terra magnifica attraverso una indagine incalzante che non si accontenta di esaminare al microscopio il recente passato delle vittime e degli ipotetici assassini ma scandaglia in profondità il passato di tutti i personaggi coinvolti alla ricerca dell'indizio nascosto, della pista insospettabile» (Gabriella Genisi, «tuttolibri – La Stampa»).

Il duplice delitto costringe Vanina a scavare nel passato delle vittime, pagine intense che mostrano al lettore uno spaccato di storia della vita siciliana: «Approfitto sempre delle storie che racconto per ricordare anche un po' del tempo andato. Stavolta ricordo la terribile escalation della mafia siciliana che ha avuto il suo culmine estremo in stragi come quella di Capaci. Uso spesso l'escamotage della cronaca per far narrare a Patanè pezzi del nostro passato» (Cristina Cassar Scalia intervistata da Francesco Mannoni, «Il Mattino»).

Il caso è spinoso e spinge il vicequestore a non lasciare nessuna pista in sospeso, a soffermarsi su ogni indizio, ad ascoltare ogni storia: «C'è tanto di me in Vanina […] Ci accomuna il modo di svolgere le nostre faccende professionali: essendo io medico, sono molto attenta agli indizi che mi servono per elaborare la diagnosi. Cerco sempre di andare più a fondo, di sviscerare il più possibile ciò che mi viene detto. Allo stesso modo Vanina deve indagare, scoprire per arrivare alla soluzione» (Cristina Cassar Scalia intervistata da Francesca Bolino, «la Repubblica - Torino»).